Moderni tra mito e negazione

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La figura equestre rappresenta per Giorgio de Chirico la memoria della classicità, ovvero tornare a dipingere la figura dopo che le avanguardie l’avevano trascurata a favore degli oggetti come avevano fatto con furore i Dada, o smembrata secondo le ricerche dinamiche di Cubismo e Futurismo, ma anche entrare in possesso di grandi conoscenze tecniche fino al punto da reintrodurre la tempera grassa a velature, abbandonata nel Quattrocento; infine, voleva ristabilire il primato del disegno, come l’aspetto più mentale e progettuale dell’arte, rispetto all’emotività del colore. Essere classico per il Pictor optimus significò attingere alle fonti dell’arte antica con citazioni dirette, come rivela il confronto con i reperti archeologici che avevano segnato la sua formazione giovanile con l’amato fratello Alberto Savinio: i cavalli, i centauri, gli elmi, le lance, le battaglie, le sfingi, sono tutte immagini tratte dal repertorio greco e latino. Per esempio i cavalli, tema privilegiato di de Chirico sia nei quadri sia nelle sculture, sono uno dei soggetti più ricorrenti nei vasi attici a figure nere.
I cavalli sono il ricordo dell’infanzia, della fantasia e del mito, inteso come elegia del tempo perduto, di un enigma indecifrabile e struggente che induce alla riflessione introspettiva e misteriosa. Un tema che attraversa tutta la sua produzione, un esercizio di stile che con dinamico vigore si mostra nei Cavalli spaventati dalla folgore del 1960 (stima 40.000 – 60.000).
Tanto classico quanto moderno De Chirico, tanto antitetico quanto ascetico Sol Lewitt, nel suo rifuggire l’oggetto e la stessa funzione dell’artista, dove la forma diviene eterna tabula rasa della percezione, che si sostanziava in totemiche tele attraversate da impercettibili variazioni cromatiche, come ad esempio in una gouache del 1990 dal titolo Rectangle within Rectangle within Rectangle, dove il mantra lessicale del titolo si perde nella sensuale indeterminatezza del senso (stima 6.000 – 8.000 euro).
Infine il mondo poetico di Osvaldo Licini nel Piccolo naufragio del 1956 (una delicata tecnica mista su carta presente alla XXIX Biennale Internazionale di Venezia del 1958, stima 18.000 – 22.000 euro), che partendo da una cultura visiva post impressionista e fauve, dopo l’incontro a Parigi negli anni Trenta con Kandinsky e Man Ray, punta verso un astrattismo lirico che al celebrale razionalismo geometrico contrappone colore, fantasia e segno con accenti espressionistici pre-informali, tra Klee e un surrealismo fantastico sui generis.